Alcuni argomenti

Nuovo ordine mondiale,logge segrete,progetto haarp,Rockefeller,Bildenberg,Rothschild

inicjalization...shoutbox

Cerca nel blog

mercoledì 10 maggio 2023

⭕️🔴Arianesimo - dottrina cristiana elaborata da Ario

L'arianesimo (in greco: Ἀρειανισμός) è una dottrina trinitaria di tipo subordinazionista, elaborata dal presbitero, monaco e teologo Ario (256-336), condannata come eretica al primo concilio di Nicea (325). Tale dottrina sostiene che il Figlio di Dio sia un essere che partecipa della natura di Dio Padre, ma in modo inferiore e derivato, e che pertanto c'è stato un tempo in cui il Verbo ancora non esisteva e che egli sia stato creato da Dio all'inizio del tempo.

Mosaico della cupola del Battistero degli ArianiRavenna

Nei decenni in cui i teologi cristiani cominciavano ad elaborare la dottrina della Trinità divina, il presbitero alessandrino Ario (260 ca - 336) fu il massimo rappresentante di una delle interpretazioni della relazione tra le persone della Trinità, in particolar modo tra il Padre e il Figlio. Ario non negava la Trinità, ma subordinava il Figlio al Padre (subordinazionismo), negandone la consustanzialità che sarà poi formulata nel concilio di Nicea (325) nel credo niceno-costantinopolitano. Alla base della sua tesi, permeata della cultura neoplatonica tanto in voga nell'ambiente ellenistico egiziano, vi era la convinzione che Dio, principio unico, indivisibile, eterno e quindi ingenerato, non potesse condividere con altri la propria ousìa, cioè la propria essenza divina. Di conseguenza il Figlio, in quanto “generato” e non eterno, non può partecipare della sua sostanza (negazione della consustanzialità), e quindi non può essere considerato Dio allo stesso modo del Padre (il quale è ingenerato, cioè aghènnetos archè), ma può al massimo esserne una creatura: certamente una creatura superiore, divina, ma finita (avente cioè un principio) e per questo diversa dal Padre, che è invece infinito. Padre e Figlio non possono dunque essere identici, e il Cristo può essere detto "Figlio di Dio" soltanto in considerazione della sua natura creata, e non di quella increata, posta allo stesso livello di quella del Padre. Così facendo, Ario non negava di per sé la Trinità, ma la considerava costituita da tre persone, caratterizzata ognuna da una propria sostanza (treis hypostaseis)
Icona conservata nel Mégalo Metéoron, monastero greco, in cui si rappresenta la vittoria della fede nicena su Ario, rappresentato in posizione reclinata in quanto sconfitto.


Ario e Alessandro (318-325)

Dopo l'editto costantiniano di tolleranza del 313, ad Alessandria d'Egitto si aprì la controversia trinitaria, e le tesi che il presbitero Ario aveva cominciato a diffondere si estesero fino a coinvolgere un sempre maggior numero di persone. Il vescovo di Alessandria, Alessandro, ne condannò le posizioni come eretiche in una sinodo tenutasi nel 318 composto da 100 vescovi africani, ma Ario poté contare su un partito molto numeroso di fedeli, che annoverava tra l'altro anche alcuni vescovi, sia africani che orientali, tra cui Eusebio di Cesarea ed Eusebio di Nicomedia; questi ultimi godevano di un forte prestigio anche presso la corte imperiale. La disputa oppose per anni il clero egiziano a quello antiocheno (in particolare la Palestina e la Bitinia), attirando l'attenzione dell'imperatore e del popolo. Nel tentativo di porre fine alla questione, che inizialmente Costantino aveva sottovalutato, nel 325 indisse, anche per le pressioni dei suoi consiglieri ecclesiastici che erano invece molto informati sulla disputa, il Concilio ecumenico di Nicea

La disputa Nicena (325)

La convocazione del concilio non era però un fatto solamente religioso: all'imperatore stava a cuore soprattutto la stabilità dello Stato. Le questioni teologiche, con i disordini e le contese che ne derivavano, costituivano un problema politico che andava risolto con la sconfitta di una qualsiasi delle due fazioni. Costantino non aveva infatti convinzioni teologiche che lo facessero propendere particolarmente per l'una o per l'altra parte in conflitto. Al concilio Ario ed Eusebio di Cesarea non convinsero l'assemblea. Il loro argomento era il seguente: se il Figlio di Dio non era uguale al Padre, allora non era neanche divino, o per lo meno non quanto il Padre. E questo non era accettabile dagli ortodossi. La tesi poi secondo la quale "ci fu un tempo in cui il Figlio non c'era" fece inorridire i padri conciliari, che posero in minoranza e condannarono definitivamente le idee di Ario.

Il concilio elaborò un simbolo, cioè una definizione dogmatica relativa alla fede in Dio, nel quale compare, attribuito al Cristo, il termine homooùsios (tradotto in italiano dal latino con "consustanziale" (al Padre), ma in greco "di uguale essenza"), che costituisce la base dogmatica del cristianesimo storico. In assenza del vescovo di Roma Silvestro I (che mandò suoi legati), presiedette l'assemblea il vescovo Osio di Cordova, favorito dell'imperatore (presente a tutte le sessioni dei lavori), la cui influenza sullo stesso imperatore ebbe facile gioco nel conquistare il sovrano alla causa dell'ortodossia. Gli eretici furono minacciati di esilio e Ario fu bandito e spedito in Illiria.



Da Costantino a Teodosio (325-381)

Gli ultimi anni di Costantino e le correnti teologiche dell'arianesimo

La scarsa saldezza delle convinzioni teologiche di Costantino è però dimostrata dal fatto che in soli tre anni le sue posizioni nei confronti dell'arianesimo divennero assolutamente indulgenti e tolleranti: su suggerimento della sorella Costanza e per insistenza di Eusebio di Nicomedia, fu revocato l'esilio per i vescovi ariani, lo stesso Ario fu più tardi richiamato (nel 331 o 334) e introdotto a corte, dove riuscì a tal punto a convincere l'imperatore della bontà delle sue opinioni, che lo stesso Costantino lo riabilitò e condannò all'esilio il vescovo Atanasio di Alessandria, che di Ario era stato tra i più acri oppositori. L'ariano Eusebio di Nicomedia sostituì Osio di Cordova nel ruolo di consigliere imperiale ecclesiastico, battezzando poi lo stesso imperatore in punto di morte.


L'affermazione nicena, che definiva il Figlio Dio tanto quanto il Padre, poneva nell'ambiente ariano e in quello ortodosso almeno tre grandi interrogativi:


può Dio generare un Figlio?

può Dio separarsi in se stesso?

può Dio morire (in croce o in qualsiasi altro modo)?

I seguaci di Ario portarono alle estreme conseguenze le risposte alle tre domande, che avevano in comune la conclusione che il Figlio non aveva natura divina ma, in quanto creatura di Dio, era un tramite o intermediario tra la divinità e l'umanità. Ma all'interno del movimento ariano si verificarono comunque divisioni profonde, che portarono a tre gruppi principali:


la fazione radicale degli Anomei (greco: Ἀνομοίοι) o Eunomiani (dal nome del loro più importante esponente, Eunomio di Cizico), fedele alla professione di fede originaria di Ario secondo la quale «il Figlio è in tutto dissimile al Padre» in quanto, essendo stato creato e fatto da ciò che prima non esisteva, non poteva definirsi «generato»;

la fazione dei Semiariani o ariani moderati, fra cui lo stesso Ario dopo l'esilio ed Eusebio di Nicomedia, che ritenevano «il Figlio simile al Padre ma non per proprietà di natura, bensì per dono di grazia, nei limiti, cioè, in cui la Creatura può essere paragonata al Creatore»;

la fazione dei Macedoniani, secondo i quali «il Figlio è in tutto simile al Padre, mentre lo Spirito Santo nulla ha in comune né con il Padre né con il Figlio»


Da Costanzo II a Valente (337-378)

La politica religiosa di Costanzo (350-361)

Busto di Costanzo II (?). L'imperatore fu un fervente ariano, riuscendo a imporre questa confessione religiosa attraverso concili e l'uso della forza.

L'arianesimo ebbe fortuna in particolare sotto gli imperatori Costanzo II (figlio di Costantino I, 337-361) e Valente (364-378) e nell'ultima fase dell'Impero Romano. Costanzo, al contrario dei fratelli Costante e Costantino II, era di tendenze ariane. In seguito alle guerre fratricide e alla definitiva supremazia di Costanzo (350), quest'ultimo poté liberamente dedicarsi alla risoluzione delle questioni cristologiche nell'ultimo decennio del suo regno. Durante questo periodo, infatti, Costanzo convocò molti concili provinciali deputati a definire il credo cristiano: Sirmio (351), Arles (353), Milano (355), Sirmio II (357), Rimini (359)e infine Costantinopoli (360). Il più importante, per gli effetti che provocò in Occidente, fu però quello di Sirmio II del 357, al quale parteciparono solamente vescovi d'oriente (in prevalenza ariani) e che mise al bando i termini quali ousìa e consustanzialità. I vescovi d'Occidente (più vicini alla chiesa di Roma e quindi fedeli al Credo niceno), manifestarono il loro dissenso: papa Liberio e Osio di Cordova furono imprigionati e costretti a sottoscrivere alle decisioni di Sirmio, mentre nel concilio di Rimini del 359 si procedette alla condanna di Sirmio.

Costanzo, allora, cercò di trovare una formula di compromesso nel concilio di Seleucia del 359, che vide il trionfo delle posizioni ariane sancite poi da quello di Costantinopoli dell'anno seguente. Disordini e violenze si verificarono in diverse altre circostanze, come in occasione della successione al vescovo Alessandro di Costantinopoli; l'ariano Macedonio ottenne la sede episcopale solo con la forza e con l'intervento militare, dopo che il rivale Paolo, vicino alla Chiesa di Roma, venne rapito, esiliato e assassinato. Le sommosse popolari che seguirono all'insediamento di Macedonio furono soffocate nel sangue; lo stesso vescovo si sentì autorizzato dall'autorità imperiale di Costanzo, che lo proteggeva e aveva favorito il suo insediamento, a imporre il suo ministero anche con la tortura e la forza delle armi. Anche nell'Occidente niceno si ebbero delle ripercussioni sulle scelte vescovili: a Milano, come vescovo successore di Dionigi, fu imposto il vescovo ariano Aussenzio.

La breve parentesi di Giuliano(361-363)

Giuliano l'Apostata, apertamente filo-pagano, revocò tutte quelle leggi beneficiarie che i suoi immediati predecessori avevano promulgato nei confronti dei cristiani. Secondo la sua opinione, il cristianesimo doveva debilitarsi sempre di più attraverso il rifiorire delle contese teologiche messe a tacere pochissimi anni prima da Costanzo, e per questo motivo il nuovo imperatore Giuliano fece richiamare dall'esilio i cristiani di fede nicena

Valente (364-378)

Dopo il breve regno di Gioviano (363-364), l'impero ritornò ad essere diviso in due tronconi: la Pars Occidentalis fu affidata a Valentiniano I (364-375), mentre la Pars Orientalis a Valente. Se Valentiniano, cristiano come Gioviano, mantenne una politica tollerante nei confronti di tutte le fedi religiose, il fratello minore Valente fu un fanatico sostenitore dell'arianesimo, ripristinando le disposizioni ecclesiastiche di Costanzo. Il clima di terrore e di sopraffazione che Valente instaurò nell'area orientale dell'impero, terminò con la sua sconfitta e uccisione nella grande battaglia di Adrianopoli (378), combattuta contro i goti.

Teodosio e la definitiva sconfitta dell'Arianesimo


L'ascesa di Teodosio

Nel 380, sotto l'influsso del vescovo di MilanoAmbrogio, venne emanato da Teodosio I e Graziano l'editto di Tessalonica che definiva il credo niceno (e quindi l'ortodossia) come religione di Stato. Oltre all'affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l'editto definiva per la prima volta la Chiesa che professava il Credo Niceno "cattolica" (dal greco "katholicòs", cioè "universale") e "ortodossa" (dal greco "orthos-doxa", cioè "di retta dottrina"), bollando tutti gli altri gruppi cristiani come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni. Si trattò, di fatto, di una persecuzione antiariana incruenta, in cui i vescovi vennero allontanati e tutte le chiese affidate al controllo dei cattolici, escludendo gli ariani da ogni luogo di culto anche dove, come a Costantinopoli, la loro comunità era decisamente di gran lunga più numerosa. Proprio nella capitale dell'impero l'imperatore Teodosio in persona sostituì il vescovo Demofilo con Gregorio Nazianzeno, portandolo quasi in trionfo per le vie della città e proteggendo il suo insediamento con un reparto di guardie imperiali armate. Lo stesso vescovo deplorava che il suo insediamento fosse protetto dalle armi, tra gente che lo guardava con rabbia e lo considerava nemico, sembrava più l'ingresso in una città conquistata da parte di un barbaro invasore. Non meno appassionata e violenta era la contesa che si svolgeva in Occidente tra il vescovo Ambrogio di Milano e l'imperatrice ariana Giustina, madre e reggente del futuro imperatore Valentiniano II. La condanna dell'arianesimo venne poi ribadita nel 381 durante il primo concilio di Costantinopoli, proprio nella città che, nonostante l'editto, era in qualche modo riuscita a conservare una popolosa colonia ariana che accoglieva al suo interno tutti gli “eretici” di varia denominazione. Negli anni successivi Teodosio ribadì con una serie di editti la sua persecuzione contro l'eresia ariana, che prevedeva la proibizione delle riunioni di culto, la destituzione e la comminazione di forti multe a vescovi e preti, l'esclusione da professioni onorevoli e lucrose e (poiché gli ariani separavano la natura del Padre da quella del Figlio) l'inibizione alla capacità di lasciti testamentari. In qualche caso si giunse anche a pronunciare sentenze capitali che però raramente vennero eseguite perché Teodosio era in realtà più propenso alla correzione che non alla punizione. Con l'affidamento dell'esecuzione dei suoi editti ad una schiera di funzionari l'imperatore istituì, di fatto, l'embrione di un ufficio di Inquisizione


L'Arianesimo dal V al VII secolo

Ulfila e i popoli germanici

Il vescovo Ulfila spiega il Vangelo ai Goti, rappresentazione di inizio '900.

Piuttosto che scomparire, l'arianesimo spostò il suo asse verso il nord dell'impero, trovando seguaci presso i popoli “barbari” che in quel periodo si stavano spingendo contro i confini dello Stato, particolarmente Goti, Vandali e Longobardi. Grazie soprattutto alla predicazione condotta nel IV secolo fra i Goti da parte di Ulfila (311-383), l'arianesimo conobbe infatti una grande diffusione fra i popoli germanici fra i quali fiorì almeno fino al VII secolo: infatti, la visione più semplice del cristianesimo ariano era più conforme alla loro mentalità pragmatica e priva di quelle basi filosofiche di cui era intessuto il credo niceno. Traduttore, tra l'altro, della Bibbia in lingua gotica e inventore di un tipo di alfabeto latino che sostituì gli antichi caratteri runici, Ulfila svolse un ruolo fondamentale non solamente dal punto di vista strettamente religioso, ma anche linguistico per lo studio delle antiche lingue germaniche


La progressiva conversione alla fede calcedoniana (V-VII secolo)

Il modus vivendi dei barbari e dei romani

Durante il lento ma inesorabile crollo dell'Impero romano d'Occidente nel V secolo, i vari popoli germanici che si insediarono nei territori imperiali adottarono varie strategie di politica religiosa, che andavano dalla repressione violenta dei niceni (per esempio, i Vandali), alla pacifica convivenza religiosa (Odoacre, i Visigoti spagnoli e gli Ostrogoti di Teodorico). Unico fattore comune tra così diverse linee di azione consisteva nel trovare nell'arianesimo una sorta di distinzione nei confronti dei romani che si professavano cattolici. Lentamente, però, il cristianesimo calcedoniano (cioè quello niceno, perfezionato nel Concilio di Calcedonia del 451) cominciò a convertire i popoli dei regni romano barbarici ancora sopravvissuti alle guerre giustinianee e a quelle tra gli stessi regni barbarici. In seguito alla conversione dei Franchi nel 511 con Clodoveo al cristianesimo calcedoniano, gli altri popoli barbari cominciarono lentamente a convertirsi: i Visigoti, grazie all'opera di re Recaredo e poi di Sisebuto (tra il 586 e il 621, ma in questi trent'anni fu decisivo il terzo Concilio di Toledo del 589); i Longobardi, ad opera della regina Teodolinda e dell'abate Colombano e dei suoi monaci, nei primi anni del VII secolo


Fonte: Wikipedia 



Unisciti al nostro canale telegram:                 Open Mind the Awakening of conciusness 




🔴Gre-Resistence ⭕️

lunedì 1 maggio 2023

🌏💠 LE MULTINAZIONALI E LO SFRUTTAMENTO DELLA MANODOPERA NEL TERZO MONDO

 Scritto da Stefano Marcheselli

Non è possibile possedere un uomo. Non è più possibile farlo, globalmente parlando, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Organizzazione delle Nazioni Unite all’indomani della Seconda Guerra Mondiale. Il criterio universalmente riconosciuto di dignità umana è criterio applicabile a qualunque rapporto lavorativo, in qualunque parte del mondo.

In Italia, la schiavitù è punita dal codice penale dagli artt. 600 e seguenti.

“Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque al compimento di attività illecite che ne comportino lo sfruttamento ovvero a sottoporsi al prelievo di organi, è punito con la reclusione da otto a venti anni”.

Art. 600, c.1, cod.pen.

Il pensiero che una persona possa essere privata della propria libertà, sfruttata per un guadagno da parte di un altro essere umano, è qualcosa che va oltre l’illegalità dei fatti: è moralmente abominevole. Se ci soffermiamo a riflettere, non possiamo far altro che provare vergogna per la razza umana.

Ma la schiavitù non è mai stata davvero abolita, ha solo cambiato forma, si è evoluta; e, come ogni manifestazione di cattiveria umana, si è affinata.

Ad oggi, i Paesi occidentali che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati dei Paesi dell’Asia e dell’Africa, depredano questi stessi posti di materie prime e sfruttano la loro gente per la loro produzione.

La schiavitù è un fenomeno tipico delle parti del mondo che si trovano in condizione di grande povertà economica, ma con grande abbondanza di capitale umano e materiale. Inoltre, inutile negarlo, la legge è meno restrittiva nella sua applicazione, consentendo di operare più o meno liberamente all’interno delle proprietà.

Non è un caso se le più grandi multinazionali delocalizzano le prime fasi della produzione in Africa e Asia, adottando le pratiche in uso dai produttori locali in merito allo sfruttamento delle persone e saccheggiando materie prime, al fine di ottenere il massimo guadagno e rendimento produttivo, a costo zero per i loro bilanci economici. Il costo lo pagano, con la vita, centinaia di adulti e bambini in tutto il mondo, costretti a lavorare in condizioni disumane per soddisfare ogni bisogno consumistico dei Paesi industrializzati.

Il problema del lavoro e dello sfruttamento della mano d’opera nel mondo è un problema che diventa ancor più preoccupante quando si pone l’accento sulla gravissima problematica che vede i bambini, anche molto piccoli, come protagonisti. Ce lo dice il gran numero di bambini e di adolescenti che intrecciano i tappeti indiani e pakistani, i raccoglitori di canna da zucchero in Brasile; quelli di tabacco nel Kazakistan; i baby cercatori d’oro delle miniere del Senegal, dove lavorano solo bambini–schiavi.

Si stima che nelle zone rurali della Costa d’Avorio, il maggior produttore al mondo di cacao, lavorano 4 bambini su 5; ogni anno dalle fabbriche del Pakistan, della Cina e dell’India escono 70 milioni di palloni di cuoio cuciti dalle piccole e agili dita dei bambini, impiegati per ore e ore in cambio di pochi spiccioli.

Tra le grandi multinazionali coinvolte nello sfruttamento della mano d’opera minorile, possiamo menzionare la Coca Cola, il colosso americano, o la Apple, la casa madre degli iPod, iPad e iPhone, nelle cui fabbriche dislocate in Cina sono stati trovati nel 2010 ben 91 bambini lavoratori.

Oppure della Mc Donald’s, della Nike, che produce articoli sportivi, o ancora della Timberland, la celebre marca di calzature americane: da un articolo apparso su Repubblica il 19/05/2005, a firma di Federico Rampini, che è stato per anni corrispondente di Repubblica da Pechino, apprendiamo che per confezionare un paio di scarpe Timberland, vendute nei nostri negozi a 150 euro, nella città di Zhongshan, in Cina, un minore di 14 anni percepisce un salario di 45 centesimi di euro. Il lavoro è di 16 ore al giorno, il suo letto è nella fabbrica, non ha assicurazione né ferie.

Questa realtà coinvolge in primo luogo i grandi produttori e distributori della tecnologia e dell’industria tessile: sono i prodotti di lusso, quelli più costosi, che fondano il loro impero su giornate lavorative che durano dalle 12 alle 16 ore di adulti e bambini che vengono pagati pochi centesimi all’ora e dormono dentro le fabbriche.

Le multinazionali in genere appaltano il lavoro a ditte locali, le quali a loro volta lo subappaltano a ditte più piccole. In questo "giro" si annida il lavoro dei bambini, difficilissimo da scovare, soprattutto perché, purtroppo, spesso è tollerato, se non addirittura legale. Ad esempio, in Indonesia il lavoro minorile è legalizzato (ma solo per 4 ore al giorno) e le piccole tute blu dell'industria manifatturiera sono almeno 300.000. Per salari bassissimi bambini e bambine lavoratori di 10-12 anni, assunti al posto dei genitori, vivono lontano dalle famiglie, poverissime e rurali.

In Asia, il lavoro minorile rappresenta un vero e proprio modello produttivo. In Africa, lavora un bambino su tre.

Quando acquistiamo un capo in una boutique o in un qualsiasi altro negozio, il prezzo che ci viene proposto ha una storia lontana, è un insieme di percentuali e numeri che muovono il pianeta intero; ecco la composizione tipica del prezzo di una t-shirt prodotta in Asia e venduta in Europa:

- 3% costo della manodopera;

- 5% dazi e trasporti;

- 6% costi generali di produzione;

- 11% costo materiali;

- 15% costi e profitti del marchio;

- 60% tasse, costi e profitti del distributore.

In quel misero 3% è rinchiuso il valore che a noi interessa. Il salario, così come previsto dalle convenzioni tra i Paesi di tutto il mondo, dovrebbe essere adeguato alla vita, dignitoso e dare la possibilità di mangiare, avere un alloggio e provvedere ai bisogni primari di ogni essere umano.

Ma questo non avviene in ogni parte del mondo e, spesso, quello che per noi è un lusso quasi indispensabile per qualcun altro è una vita misera.

Il monito è quindi uno: non è tutto oro quello che luccica. Ciò che nel mondo occidentale riveste un’importanza quasi morbosa, rappresentando uno status symbol per milioni di persone, è fatto del sangue e della libertà di gente sfruttata quasi fino allo schiavismo.

 

Fonti:

www.greenme.it

ilventunesimosecolo.blogspot.com

artwave.it

Www.humaneuropecapital.com/le.multinazionali.e.lo.sfruttamento.della.manodopera.nel.terzo.mondo.

La Nestlé, una delle multinazionali firmatarie, spicca negativamente. Nel 2005, due ONG (International Labor Rights Fund e Global Exchange) denunciarono Nestlé di sfruttamento del lavoro minorile e manodopera ridotta in schiavitù.

Il report delle ONG aveva come focus, in particolare, la denuncia dello sfruttamento di minori provenienti dal Mali, poi trasferiti in Costa d’Avorio per lavorare gratuitamente e in condizioni disastrose per la salute psico-fisica nelle piantagioni di cacao. La Nestlé è accusata anche di sfruttamento minorile in Thailandia. 

Non solo la multinazionale svizzera: anche Apple, Tesla, Alphabet (Google), Dell e Microsoft sono state accusate, il 12 dicembre 2019, tramite azione legale intentata dall’International Right Advocates (IRA) presso la Corte Federale del Distretto di Columbia negli Stati Uniti, di aver ottenuto considerevoli vantaggi dallo sfruttamento minorile, e di essere responsabili della morte di numerosi bambini e ragazzi impiegati nell’estrazione di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo. 

E ancora (l’elenco potrebbe essere piuttosto lungo, nell’articolo sono citate solo alcune multinazionali): nel 2010 la multinazionale del tabacco Philip Morris ammise l’utilizzo della manodopera minorile nella raccolta del tabacco. Furono impiegati 72 bambini dell’età di 10 anni e, in più, l’azienda ha costretto lavoratori migranti ad operare in condizioni di schiavitù, dopo aver sottratto loro i documenti. 

Cosa dire di Victoria’s Secret, le cui dichiarazioni di provenienza “fair trade” del cotone lasciano l’amaro in bocca. La dicitura dovrebbe assicurare la garanzia di assenza di sfruttamento lavorativo, ma ciò non è risultato valido per l’azienda.

Nel 2007, il marchio statunitense lanciò la linea Burkina fashion, il cui obiettivo era quello di produrre una linea equa e solidale con tessuti esclusivamente africani. Ma il giornalista Cam Simpson, esponente della multinazionale operante nel settore dei mass media Bloomberg, ha testimoniato con un reportage risalente al dicembre 2011 la storia, in particolare, di Clarissa Kambire, tredicenne africana.

Il reportage racconta la giornata tipica di Clarissa, ripetutamente picchiata per svolgere un lavoro duro e doloroso. Come Clarissa, molti altri bambini e ragazzi venivano regolarmente sfruttati e picchiati, in Burkina Faso, al fine di produrre la sexy lingerie americana. 

Questi sono solo esempi. Moltissimi sono i colossi coinvolti in scandali e in ambiguità: Coca Cola, Nike, Benetton, Reebok, Puma, Timberland, Mc Donald’s…

Possedere un uomo non è più possibile da tempi relativamente recenti. L’Organizzazione delle Nazioni Unite lo affermò perentoriamente con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il 10 dicembre 1948. Tuttavia, questo non sembra essere valido in tutti i contesti, anzi.

La domanda è sempre la stessa: cosa possiamo fare noi consumatori? Anzitutto, documentarci, e i media forniscono un lavoro prezioso a riguardo. Poi, ricordarci che il prodotto che acquistiamo non è solo un oggetto. Ha una storia, un percorso, spesso fatto di sangue, sudore e lacrime. Perfino di bambini. 

Aurora Scarnera

https://www.latestatamagazine.it/2023/01/sfruttamento-minorile-e-multinazionali-un-rapporto-scandaloso/

Vi consiglio vivamente di guardare questo importantissimo video inchiesta dal canale youtube  Daniele Lapenna e il blog "Il Ventunesimo secolo" 👇

Questo purtroppo è il mondo che stiamo creando,aiutando alle potenti multinazionali nel loro sfruttamento soprattutto di minori nei paesi poveri. Tutto questo grazie al nostro consumismo,l'avere avere avere e consumare consumare, buttare,ricomprare....
Noi siamo i più grandi responsabili della creazione di questa società malata, alimentandosi di sfruttamento e guerre per depredare risorse e bene,se questo non lo abbiamo capito fino ad ora,lo capiremo forse ben presto,quando saremo noi al posto di quei paesi....e pensare che tutto questo ha reso felici soltanto i potenti del mondo con le loro multinazionali criminali....perché per caso qualcuno potrebbe dirmi il contrario? Tutto questo consumismo,avere,spendere,buttare ha reso qualcuno veramente felice ed appagato ?!? No vero? Sono solo beni effimeri,beni materiali fini a se stessi,che non riusciranno mai a colmare il vuoto che si ha dentro,quello lo potrai colmare solo spiritualmente,solo grazie a Dio... TORNIAMO AD ESSERE UMANI !!!








Unisciti al nostro canale telegram 👇 👇 







🌏Gre-Resistence 🌏